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Inferno in casa Pirandello
Lettere pubblicate da Sarah Zappulla Muscarà

Libri di carnevale
Inferno in casa Pirandello
Lettere pubblicate da Sarah Zappulla Muscarà
22/01/2008
 

Stefano e Luigi PirandelloSiano sempre rese grazie a Sarah Zappulla Muscarà, infaticabile scopritrice e curatrice di innumerevoli epistolari fra Otto e Novecento, prevalentemente di ambito siciliano. L’ultima sua poderosa apprezzata fatica è il carteggio fra Luigi e il figlio Stefano, Nel tempo della lontananza (1919-1936), a cura di Sarah Zappulla Muscarà, uscito nel 2005 dall’editore La Cantinella di Catania (ma dovrebbe essere ristampato fra poco,presso un editore di maggior visibilità). Il carteggio è fittamente e dottamente annotato dalla studiosa, ma basta la qualità delle lettere a rendere prezioso il libro.

Si incomincia con il 1919, quando la moglie di Pirandello è rinchiusa in manicomio, e Luigi scrive ai figli (Stefano, il maggiore, e Fausto, la figlia Lietta, che nel luglio del 1921 sposerà un addetto militare all’Ambasciata del Cile a Roma): “Datemi notizie di Mamma”. Poi, ben presto, arriva l’amore per Marta Abba, e di Mamma non si parla più. Da Lipsia, il 28 ottobre 2005, mentre è in tournée con la Abba: “Tutta questa notte ho lavorato e ho quasi finito il primo atto di Diana e la Tuda. Tre altre notti così, e la commedia sarà finita. Ma può anche darsi che finisca io, insieme con la commedia. Me ne dispiacerebbe molto per voi; per me, nientissima affatto”. E’ la prima opera composta sotto l’influsso della Abba, per sublimare l’amore impossibile (con pulsione suicida del tutto evidente). Ed è l’inizio dell’inferno per l’intera famiglia Pirandello. Lietta parte per il Cile, poi ritorna con il marito, che Pirandello nomina suo porocuratore, cioè, amministratore dei suoi beni, ma il genero pasticcia negli affari del suocero, che gli toglie la procura e la gira ai figli, ma anche loro pasticciano, e Pirandello toglie la procura anche ai figli. Pirandello sta all’estero, e i figli, in Italia vivono per lui, ma anche vivono di lui, dei soldi che continuamente papà rifila a tutt’e tre, salvo di tanto in tanto prorompere. Assicura che continuerà a pagare, ma avverte: “ma si faccia ognuno da sé, come può, la sua vita” (6 maggio 1926). I figli chiedono soldi, ma anche appoggi, raccomandazioni. Stefano vorrebbe entrare al “Corriere della Sera”, ma Pirandello padre non riesce ad accontentarlo. Certo, c’è una attitudine equivoca in Luigi rispetto a Stefano. Stefano e un’altra decina di giovani artisti mettono su un teatro, Il Teatro d’Arte di Roma, che dovrebbe mettere in scena testi di giovani talenti. Luigi è invitato a farne parte, ma come presidente, tanto per dare lustro all’impresa. E invece, guardacaso, l’impresa diventa l’impresa di Luigi, il suo teatro, che mette in scena sostanzialmente testi del Pirandello celebre. Alla faccia dei giovani... Stefano è in adorazione per il padre, gli fa da ghost writer, scrive pezzi d’occasione che poi il padre firma come suoi. Ma ogni tanto esplode anche lui, come in questo terribile brano di una lettera del 10 giugno 1926 (che giustamente la Zappulla ha riportato in quarta di copertina):

[...] Perché devi avere, Papà mio, questo senso atroce della tua vita e di noi che ne siamo le creature? Io vedo che sei sempre arrivato ad approfittarti di ogni sciagura, di ogni contrarietà, per la tua arte – sei sempre riuscito a astrarle dalle determinazioni dei tuoi casi e a poterci lavorare sopra. Tu hai sempre dominato te stesso e la tua sorte. Se tu avessi avuto una sorte più facile a che ti sarebbe servito possedere tanta energia?

Duro quel verbo approfittarsi, che Stefano getta in faccia al padre: l’inferno domestico è l’inferno domestico, ma Pirandello padre, comunque, si astrae, e ne fa oggetto d’arte. Abbiamo sempre ammirato la forza di volontà degli eroi maschili pirandelliani (Angelo Baldovino del Piacere dell’onestà, Leone Gala del Giuoco delle parti, l’eroe eponimo di Enrico IV,ecc.), ma senza capire che il modello vero è Pirandello stesso.

Tra il 1928 e il 1929, per sei mesi, Pirandello e Marta stanno a Berlino, in una casa d’affitto, Pirandello in un appartamento, Marta (e sua sorella) nell’appartamento accanto. Nessuno crede che sia un amore platonico, nemmeno i figli di Pirandello: “Parliamoci chiaro, Stenù. A che vuoi alludere? Vuoi alludere alla mia relazione con la Signorina Marta Abba?” (lettera del 19 marzo 1929). I figli vorrebbero che il padre tornasse a vivere in Italia con loro; pensano che Marta si approfitti del povero vecchio, forse che gli spilli denaro, che invece vorrebbero essere solo loro a spillare. Ma Luigi la canta chiara: “i figli, non parlo tanto di te quanto di Fausto e di Lietta, non possono pretendere ch’io a sessantadue anni, seguiti a lavorare giorno per giorno per mantenerli come quand’erano bambini e io avevo trent’anni; trent’anni ora li hanno loro” (stessa lettera). E ancora, il 16 maggio 1929:

Ma non è giusto, non è morale, ora che i miei guadagni sono così diminuiti, ora che campo quasi alla giornata, come quando avevo trent’anni e voi eravate piccini o non eravate ancor nati, non è giusto, non è morale, ora che trent’anni li avete voi e io son vecchio, ch’io seguiti a portare un peso che non posso più sopportare!

Solito consiglio inascoltato agli infiniti pirandelliani sparsi nel pianeta: lasciate perdere le opere di Pirandello, su cui si è scritto troppo. Occupatevi degli epistolari del Nostro. Un territorio vergine da arare. Insomma, pirandellisti, vi esorto alle lettere! (r.a.)

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