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Alla Biennale di Venezia si collaudano nuovi mondi
di Arianna Maraone
08/11/2009
 

Particolare della Caffetteria, Tobias Rehberger, 2009, Palazzo delle Esposizioni, Venezia.In occasione della LIII edizione, la Biennale d’Arte di Venezia si rinnova introducendo importanti cambiamenti nell’organizzazione espositiva. Ai Giardini, lo spazio destinato al Padiglione Italia, ora rinominato Palazzo delle Esposizioni, ospita una parte della mostra internazionale e si amplia per accogliere la biblioteca dell’ASAC, Archivio Storico della Biennale, il bookstore, la caffetteria e il laboratorio educativo. Il direttore Daniel Birnbaum ha affidato i progetti dei nuovi spazi a tre artisti presenti in mostra per incentivare la fusione tra linguaggi e tecniche nel costruire ambienti e, forse, nuovi mondi. Tobias Rehberger ha progettato la caffetteria utilizzando sorprendenti effetti optical e suppellettili di design dai colori psichedelici, Was du liebst, bringt dich auch zum Weinen; Rirkrit Tiravanija ha elaborato il costruttivista ambiente del Bookstore e Massimo Bartolini la multifunzionale area educativa, Sala F, che grazie a tre piattaforme mobili può assecondare diverse esigenze, come pure i dischi di plexiglass che regolano la luce proveniente dal soffitto. Si realizza così un polo espositivo e di studio permanente. L’altra conseguente novità logistica è lo spostamento e l’ampliamento del Padiglione Italia all’Arsenale, con un nuovo ingresso aperto sul Giardino delle Vergini per raccordarlo più agevolmente all’esposizione dei Giardini.

Questa edizione della Biennale, oltre che per i cambiamenti espositivi, si caratterizza per la massiccia partecipazione; troviamo settantasette nazioni rappresentate, oltre novanta artisti presenti nella mostra internazionale e più di quaranta manifestazioni collaterali.

Daniel Birnbaum, già direttore della seconda edizione della Triennale d’arte di Torino, 50 lune di Saturno, ha più volte chiarito l’argomento posto al centro di questa Biennale: Fare mondi/Making Worlds/Bantin Duniyan/Weltenmachen/Construire des mondes/Fazer Mundos. Il titolo, tradotto in tutte le lingue per evidenziare una piattaforma globale, esplicita il tentativo di registrare i mondi mentali degli artisti, viventi o del recente passato, che, per dinamiche implicite, si proiettano verso gli altri e innestano scambi comunicativi. L’obiettivo di tale operazione non è creare un grande show, piuttosto un workshop; non un mondo di oggetti, ma visioni della realtà. Dalla loro commistione possono emergere elementi comuni per navigare nella realtà contemporanea, anche economica, e mettere in comunicazione spinte nazionaliste e globalizzanti. L’insieme dei lavori scelti, sono presenti poesie, installazioni, sculture, dipinti, disegni, video, si caratterizza per una forte impronta autoriflessiva sui metodi del processo creativo; minore importanza è attribuita all’unicità dell’oggetto artistico.

Anche nella documenta 12 del 2007, i curatori Roger M. Buergel e Ruth Noack avevano proposto tre riflessioni sul rapporto tra arte e società contemporanea, Is modernity our antiquity? What is bare life? What is to be done?. Con tali quesiti intendevano indagare se l’umanità è capace di rintracciare un comune orizzonte oltre le differenze storiche e se l’arte può essere un mezzo per questo obiettivo; che cosa bisogna fare per coniugare crescita spirituale e intellettuale con la globalizzazione delle merci; cosa è necessario alla vita quando si sottraggono gli aspetti più superflui e se l’arte aiuta a individuare ciò che è essenziale.

In questo senso si può tracciare un punto di tangenza tra le due manifestazioni internazionali, tanto diverse, ma che si interrogano, quasi con lo spirito del day after, su idee e visioni con cui dare inizio a una nuova costruzione.

Ritornando allo specifico della Biennale, la giuria internazionale, presieduta da Angela Vettese, ha assegnato i seguenti premi: Leoni d’oro a Bruce Naumann, per la miglior partecipazione nazionale, e a Tobias Rehberger come miglior artista; Leone d’argento a Nathalie Djurberg, come miglior giovane artista; Leoni d’oro alla carriera a John Baldessari e a Yoko Ono; menzioni speciali a Lygia Pape per Ttéia 1, Micheal Elmgreen & Dragset per il Padiglione Danese e Paesi Nordici, Ming Wong per il Padiglione di Singapore e Roberto Cuoghi per Mei Gui.

È difficile dare conto, in uno spazio necessariamente limitato, di un’esposizione così ampia e che consente l’esplorazione di tutti i linguaggi dell’arte contemporanea. Quello che segue è il resoconto di un percorso, tra i tanti possibili, attraverso la LIII Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia.

Al Palazzo delle Esposizioni ci accoglie l’opera di Tony Saraceno, Galaxies forming along filaments, like droplets along the stands of a spider’s web, 2008, una fitta ragnatela di elastici che delinea mondi e costellazioni; si prosegue con Roberto Cuoghi, che con l’installazione Mei Gui, 2006, ci fa rivivere l’intimità di un giardino orientale in cui riecheggia una popolare canzone degli anni ’40 riadattata dall’artista. Yellow movie 12/14-15/72, 1972, di Tony Conrad ci introduce nel nitore abbagliante della sala in cui alcuni riquadri sono stati delimitati con una vernice bianca, che ingiallisce con il trascorrere del tempo. Natalie Djurberg, con Experiment, 2009, ci fa penetrare nel mondo meraviglioso e torbido del giardino interiore dei desideri o degli incubi. Pavel Pepperstein propone la memoria e l’evoluzione del suprematismo russo in Liberation of attribute, 1994. Una delle installazioni più evocative e sorprendenti è di Hans Peter Feldmann, Schattenspiel, 2002-2009, in cui è esaltata la capacità di oggetti banali, posti su piccole giostre illuminate, di generare un mondo incantato di sole ombre nello spazio della stanza buia. Simon Starling, con l’opera Wilhelm Noack oHG, 2006, si serve di una curiosa macchina-scultura, che srotola la pellicola cinematografica emettendo suoni più affascinanti delle immagini proiettate, per mostrare i meccanismi illusori del cinema. Pietro Roccasalva, continua il suo percorso di scandaglio delle espressioni fisionomiche, in questo caso di un ascensorista, in un ideale scambio a distanza con Francis Bacon, in The Skeleton key V.

Come numi tutelari della storia dell’arte, in dialogo con le opere più recenti, troviamo durante il percorso John Baldessari, André Cadere, Gino De Dominicis, Öyvind Fahlström, Gilbert & George, il gruppo Gutai, Gordon Matta-Clark, Yoko Ono, Blinky Palermo, Lygia Pape.

Passando ai Padiglioni nazionali nei Giardini, siamo accolti dall’installazione di Chen Zhen, Back to fullness, face to emptiness, 1997, un globo fatto di reticoli di metallo che contiene gli ideogrammi dei diritti dell’uomo e sulla circonferenza regge, rivolte all’esterno, le poltrone dei potenti della Terra, nell’evidente impossibilità di dialogo. Proseguiamo verso il Padiglione della Danimarca e dei Paesi Nordici, curati da Elmgreen & Dragset in un progetto che ha coinvolto ventiquattro artisti. Quello danese è stato messo in vendita dal proprietario a causa delle particolari attitudini del vicino. Gli interni sono curati e alla moda, ma emergono qua e là i particolari inquietanti dell’infelicità, che spacca in due il tavolo della raffinata sala da pranzo, dissemina il pavimento della cucina di piatti, carbonizza la camera dei ragazzi equipaggiata di un’affilata accetta. Solo da una fessura ben nascosta si intravede il giardino dei sogni, inaccessibile e bisognoso di cure. Nella piscina antistante all’abitazione vicina galleggia il cadavere di un uomo. Anche qui l’arredamento è ricercato, arricchito da opere d’arte e design e da una bacheca con i costumi da bagno dei passati amanti. La morte ha colto il proprietario mentre stava scrivendo un romanzo autobiografico erotico, circondato da immagini e supporti fallici. Il Padiglione della Francia, con l’installazione di Claude Lévêque, Le grand soir, ci fa attraversare un percorso delimitato da sbarre d’acciaio ai cui estremi sventolano, nell’oscurità della notte, bandiere ululanti per il forte vento. Nel Padiglione della Germania, Liam Gillick crea uno spazio continuo e impersonale, come avviene globalmente con quei mobili di pino grezzo acquistati nei magazzini di bricolage; solo un gatto impagliato sembra avere qualcosa da dirci, How are you going to behave? A kitchen cat speaks, 2009. Il Padiglione della Spagna con Miquel Barceló si distingue da tutti gli altri per l’antichissima, ma sempre attuale, arte ceramica e per la forza materica e stratiforme della sua pittura aggrumata su grandi tele, che propongono i temi dei fondali marini e dei primati. Bruce Nauman nel Padiglione degli Stati Uniti d’America, con Topological gardens, ripercorre i temi artistici della sua carriera, l’uso delle parole-immagini al neon che troviamo sulla facciata, Vices and Virtues, 1983-88, il linguaggio spaziale del corpo, Four pairs of heads, 1991, Fifteen pairs of hands, 1996, Double poke in the eye, 1985, e del suono. Una rutilante esplosione di colori e forme ci sorprende al Padiglione Venezia, dove nove artisti vetrai sperimentano la traslucente materialità del vetro, capace di creare paesaggi naturali, creature e ambientazioni minimali.

Sfruttando il nuovo passaggio dal Giardino delle Vergini, dove ci si imbatte in un omaggio allo scultore Pietro Cascella, ci connettiamo con l’altro blocco della manifestazione: il Padiglione Italia e gli spazi dell’Arsenale. Collaudi. Omaggio a F. T. Marinetti, è il tema dettato dai curatori Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli al Padiglione Italia per unirsi ai festeggiamenti nell’anniversario di fondazione del Futurismo e registrare le tracce della sua vitalità nei contemporanei. Numerosi gli artisti invitati, Matteo Basilé, Manfredi Beninati, Valerio Berruti, Bertozzi & Casoni, Nicola Bolla, Sandro Chia, Marco Cingolani, Giacomo Costa, Aron Demetz, Roberto Floreani, Daniele Galliano, Marco Lodola, MASBEDO, Gian Marco Montesano, Davide Nido, Luca Pignatelli, Elisa Sighicelli, Sissi, Nicola Verlato e Silvio Wolf, che faticano a integrarsi tutti insieme nel tema comune del Futurismo, seppur alcuni spiccano per la forza comunicativa in uno spazio di difficile ambientazione. Aron Demetz, collega le sculture in legno della tradizione alle sofferenze contemporanee assimilate a colature di resina; Daniele Galliano, sa rendere il senso fotografico e metafisico delle visioni metropolitane e dei paesaggi montani; Marco Lodola, uno dei “luminari” del Nuovo Futurismo, esalta il senso dell’elettricità, del colore e del movimento in Hangar. Il balletto plastico; Davide Nido, sperimenta gli aspetti di materici e multisensoriali, con Futur Bolla e Città plastiche; Luca Pignatelli, con La battaglia di Lepanto, legge nei materiali poveri e di riuso la storia antica e contemporanea dell’Arsenale, un luogo vitale per Venezia; Elisa Sighicelli, riflette sul passare del tempo con un’esplosione di fuochi d’artificio rivissuta all’indietro e in loop. Anche qui, oltre a Marinetti e ai futuristi, è presente il nume tutelare di Sandro Chia.

Continuando la seconda parte dell’esposizione lungo le Corderie, siamo catturati dall’opera di Héctor Zamora, che crea l’attesa di uno sciame di dirigibili e dissemina la città e la mostra di riferimenti, un evento che sarebbe piaciuto molto ai futuristi per il senso di velocità e di tensione, Sciame di dirigibili. Thomas Bayrle, propone tracciati automobilistici ricorsivi che generano reticoli geometrici e sculture imponenti, Cryster-Wallpaper e Conveyor Belt. Yona Friedman, in Ville Spatiale-visualisation of an idea, progetta un modello abitativo sospeso in cui ognuno può creare il proprio spazio. Jan Håfström, in The eternal return, crea un mondo in continua elaborazione fatto con immagini e simbologie tratte da ritagli di giornali raccolti dall’artista. Pascale Marthine Tayou, ci coinvolge nel rutilante e frastornante villaggio africano e globale, in Human being, 2007. Lygia Pape, nell’oscurità labirintica dell’Arsenale ci incanta con una visione concreta e onirica, una porta verso nuovi mondi, un’area delineata da prismi di fili dorati illuminati dall’alto.

In questa sezione, Michelangelo Pistoletto ha riproposto uno dei suoi temi più noti nella performance Twenty-two less two, lo specchio e il rispecchiamento del soggetto come fondamento dell’arte attuale.


Arianna Maraone
arianna_maraone@msn.com

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Bhanganaya - ILLUMInazioni - Bhanganaya - The Liberated Human Being, ILLUMInato-.
ILLUMInazioni - ILLUMInations, 54. Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia, Eventi collaterali
Sestriere di Castello
Rio de S. Isepo
Ponte S. Domenego, Venezia

Fabrizio Ruggiero raccoglie l’invito della curatrice Bice Curiger della Biennale di Venezia come luogo del mondo dove occorre negoziare che cosa dovranno essere in futuro la cultura e l’arte in un mondo globalizzato, quali valori meriteranno di essere difesi e da quali bisognerà prendere le distanze, proponendo l’installazione virtuale l’Essere Umano Liberato- ILLUMInato-.
Bhanganaya significa, in sanscrito –ciò che rimuove gli ostacoli-.
L’installazione «l’Essere Umano Liberato- Illuminato-» auspica il dissolvimento della struttura dei condizionamenti che assediano l’Essere Umano attraverso l’immagine simbolica in essa racchiusa e rappresentata dalla sagoma vuota e in negativo di un essere umano.
Essere Umano inteso nella sua totalità e liberato dai condizionamenti delle differenze di sesso e razza, dai vincoli generati dalle esigenze sociali, politiche, religiose ed economiche.
VUOTO = ILLUMInato.
F.R. sonda la relazione fra linguaggio ed arte digitale e le potenzialità del modello relazionale di rete per sviluppare un ambiente più fluido per la comunicazione dei contenuti artistici. Le opere virtuali/digitali non solo permettono la smaterializzazione dell’opera d’arte ma forniscono anche un utile strumento per la comprensione e la ridefinizione del “reale”.
Lucrezia Draghi
art_news@preciousss.it
http://www.preciousss.it/fabrizio_ruggiero_54_biennale_venezia.html
http://www.fabrizioruggiero.it/54_Venice_Biennale_Bangaya.htm
Inserito il 15/08/2011 00:32 da Lucrezia Draghi



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