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Peer Gynt di Ibsen secondo Febo Mari
di Beatrice Mattiello
08/02/2010
 

Peer GyntLa Biblioteca del Centro Studi del Teatro Stabile di Torino conserva il «Fondo Febo Mari», dedicato all’attore e capocomico operante nella prima metà del secolo scorso, reso famoso dalla sua collaborazione cinematografica con Eleonora Duse. Molto attivo in campo cinematografico, Febo Mari (pseudonimo di Alfredo Rodriquez, 1881-1939) fu anche attore affermato sui palcoscenici d’Italia, esemplare rappresentante di quel sistema divistico d’ancien régime che solidamente resisteva nella temperie teatrale italiana degli anni Venti e Trenta. Siciliano di nascita, Mari si era trasferito a Milano in giovane età, per lavorare come recensore teatrale per una testata messinese; ben presto, tuttavia, la sua passione per l’arte dello spettacolo gli fece capire che, a teatro, il suo posto era al di là delle luci di ribalta. Iniziò lavorando come attor giovane in alcune affermate compagnie di giro, tra cui quella di Sem Benelli; a 27 anni aveva già in mano la direzione del Teatro Manzoni di Milano ed un anno dopo, nel 1912, si impose al pubblico accanto a Tina di Lorenzo ed Armando Falconi e proseguì la sua carriera tra il cinema ed il teatro, divenendo, con gli anni, sperimentatore della Nuova Arte dietro la macchina da presa, nonché capocomico attivo e stimato. Non privo di un certo vezzoso egocentrismo (indispensabile, a dire il vero, per quelli del mestiere), nei suoi allestimenti Mari riservava ovviamente a sé la parte del primattore, orientando non di rado le sue scelte testuali in direzione di opere d’impianto drammaturgico mattatoriale, che pur dimostrando una certa predilezione per i testi di cassetta, a volte si spingevano verso più ambiziosi progetti di ricerca testuale e teatrale.
La notevole quantità di materiale raccolta nel Fondo comprende numerosi libri appartenuti all’attore, una consistente dose di lettere e telegrammi, riviste teatrali, depliants illustrativo-pubblicitari (relativi alla sua attività di capocomico e alle compagnie da lui costituite, spesso in collaborazione con colleghi come Maria Melato), quaderni di appunti e poesie, alcune foto di scena ed un discreto numero di copioni. Tra questi giace la testimonianza di un sogno dell’attore, un sogno che non giunse mai a compimento; un figlio concepito con passione e slancio, ma abortito nel pieno della sua gestazione. Si tratta dei cinque copioni preparatori per la messinscena del Peer Gynt di Henrik Ibsen (ulteriore testimonianza della periodica tendenza dell’attore verso sfide artistiche non scontate). Questi testi, oggi, costituiscono la sola traccia documentaria di un intento performativo destinato a rimanere tale, la cui elaborazione risale ai mesi tra il gennaio 1927 e l’aprile 1928 e che avrebbe costituito la prima rappresentazione italiana del poema drammatico ibseniano.

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