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La forza dell’utopia: i progetti e gli oggetti dell’Architettura Radicale continuano a interrogarci in due mostre.
di Arianna Maraone
14/07/2010
 

Gruppo Strum, divano Pratone, 1970

L’Architettura Radicale è un movimento di neoavanguardia, che si sviluppa in Italia nel corso degli anni Sessanta e Settanta in sintonia con analoghi dibattiti internazionali volti al totale cambiamento della disciplina progettuale. Come la stessa definizione di “architettura radicale” è stata coniata da Germano Celant nel 1969 successivamente agli esordi, allo stesso modo quella stagione sperimentale ha innescato riflessioni e progetti che ancora alimentano inediti sviluppi. Le due mostre qui analizzate mettono in luce alcuni aspetti di un movimento intenzionalmente poliedrico e interdisciplinare. Tracciare la mappa del contesto in cui nasce è un’operazione complessa, ma possiamo fissare alcuni riferimenti utili.

Sia in Italia che in ambito internazionale si costituiscono gruppi di giovani architetti che mettono in discussione la progettazione secondo i canoni del Movimento Moderno, poiché non ritengono che corrisponda all’evoluzione della realtà sociale. Essi avvertono la loro professione distante dai veloci cambiamenti dovuti ai consumi e ai mezzi di comunicazione di massa. Le elaborazioni del movimento funk americano, le megastrutture dei Metabolisti giapponesi, il manifesto dell’Architettura Assoluta degli austriaci Hollein e Pichler, gli utopici progetti-fumetti degli inglesi Archigram, sono l’humus internazionale che trova corrispondenza in Italia nell’Architettura Radicale. I poli di aggregazione di questo movimento sviluppano indipendenti e complementari indirizzi di ricerca. A Firenze, inizialmente collegati alla facoltà di Architettura, nascono i gruppi Archizoom Associati, Superstudio, UFO, 9999, Ziggurat e operano Remo Buti, Gianni Pettena e il mentore Ettore Sottsass jr., in quegli anni direttore artistico dell’azienda Poltronova. A Milano si sviluppa maggiormente l’azione divulgativa dell’Architettura Radicale tramite Franco Raggi e le riviste «Domus», «Casabella», diretta da Alessandro Mendini dal 1970 al 1976, «In», «Progettare Inpiù», diretta da Ugo La Pietra, pioniere nella formulazione della sinestesia delle arti. A Napoli operano Almerico De Angelis e Riccardo Dalisi, docente universitario e promotore di laboratori di architettura d’animazione e di design ultrapoverissimo per bambini disagiati. A Padova si forma il gruppo Cavart, colonizzando una cava abbandonata e dando vita ad una serie di seminari e performances.

Archizoom Associati, divano Superonda, 1967Negli stessi anni anche a Torino nascono diversi gruppi. Il Gruppo Strum, il cui nome è l’abbreviazione di architettura strumentale, composto da Pietro Derossi, Carlo Giammarco, Giorgio Ceretti, Riccardo Rosso, Maurizio Vogliazzo, si impegna in azioni di comunicazione e didattica volte ad analizzare la situazione progettuale in Italia, ne sono un esempio i fotoromanzi Utopia, Le lotte per la casa e La città intermedia, nell’ideazione di oggetti storici per il radical design, il divano Pratone, la poltrona Torneraj e la poltrona Wimbledon, in collaborazione con l’azienda Gufram, ma anche nella realizzazione di edifici multifunzionali come il Piper di Torino. Lo Studio 65, inizialmente composto da Franco Audrito, Sampaniotis e Ferruccio Tartaglia, sviluppa i riferimenti alla Pop Art nel divano Bocca, un omaggio a Salvador Dalì e a Marilyn Monroe, nelle sedute Capitello, Mela, Mickey e Baby-lonia. Il Gruppo Libidarch, nato nel 1971, composto da Edoardo Ceretto, Maria Grazia Daprà Conti, Vittorio Gallo, Andrea Mascardi, Valter Mazzella, elabora progetti concettuali di architettura povera attraverso filmati e immagini, ma anche oggetti tra Arte Povera e design, come il divano Argine prodotto dall’azienda Busnelli.

Pur nella diversità di strumenti operativi, hanno in comune il rifiuto dello spazio architettonico tradizionalmente progettato e costruito, creatore di disuguaglianze, sostituito da una multidisciplina aperta ai contributi dell’antropologia, delle arti visive, della comunicazione e delle tecnologie. Essi si interrogano sugli obiettivi dell’architettura che dovrebbe contribuire all’edificazione di spazi fisici e mentali anticonformisti, seguendo i cambiamenti dell’esistenza di ognuno. Per raggiungere tale scopo avviano una fase di analisi del rapporto tra individuo e società dei consumi, servendosi di scritti, progetti utopici e provocatori, disegni, performances, installazioni, foto e video, oggetti di antidesign. A distanza di alcuni decenni, l’eredità del movimento radicale risulta più evidente in due differenti sviluppi: per gli oggetti di design nell’esaltazione delle componenti ludiche, eclettiche, tattili e antropologiche che prevalgono sulle qualità funzionali; per gli sviluppi architettonici nei tributi riconosciuti loro dalla generazione di architetti come Arata Isozaki, Rem Koolhaas, Bernard Tschumi.

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